sabato 20 settembre 2014

ALLEGRI CONTRO INZAGHI.STORIA DI UN "AMICHEVOLE" ANTIPATIA

“Il piacere è tutto tuo”. Sabato sera, quando si vedranno di nuovo, potrebbero dirselo davvero. Massimiliano Allegri e Filippo Inzaghi non si sono mai andati giù. Questione di pelle, oltre che di rapporto umano e professionale. Troppo diversi, Max e Pippo: il toscanaccio bischero e testardo contro il piacentino serio e dialogante. Per uno “non esistono schemi”, per l’altro il dettaglio è tutto. L’uomo pragmatico che giustifica i mezzi con il fine del risultato, e il maniaco del lavoro giorno per giorno, allenamento dopo allenamento, su ogni angolo o rimessa, e “dove arriveremo si vedrà”. Ieri uno allenatore (mal digerito) dell’altro, oggi colleghi, rivali, a braccetto in testa alla classifica.

Allegri arrivò al Milan, e oggi alla Juve, passando da una sana gavetta di provincia, tra Aglianese, Spal, Grosseto, Lecco, Sassuolo e poi Cagliari; le notti di Champions non le ha mai vissute da giocatore, navigando sempre tra A e B, a faticare in mezzo al campo. Inzaghi sembra nato con la camicia, già sul palcoscenico. Quello rossonero, ovviamente: lui che al Milan ha dato tutto e dal Milan ha avuto forse di più, pratica la fede milanista come una religione ed è un devoto del presidente Berlusconi, che da Max invece non fu mai convinto a pieno, così come da Clarence, l’amico a cui Pippo ha sfilato la poltrona. L’incompatibilità tra i due mister delle capoliste non è figlia solo delle differenze di carattere (comunque più delle somiglianze, come la lunga lista di compagne): c’è molto di più. Ecco le tappe di un rapporto difficile, nato male e finito peggio…


Quando Allegri fu ingaggiato dal Milan, nell'estate del 2010, SuperPippo era fiducioso. Veniva da un anno molto negativo con Leonardo, che secondo Inzaghi aveva "sbagliato nei rapporti umani". Con il nuovo allenatore, l'aria doveva cambiare...

... e invece non cambiò. Con Ibrahimovic, Robinho, Pato e Boateng, di spazio per Pippo ce ne fu pochissimo. Mezz'ora nelle prime due di campionato, poi tantissima panchina. Quella da cui, in una notte di Champions nel gelo di novembre, si alzò per segnare una doppietta al Real Madrid di Mourinho. Non sapeva che sarebbe stata la sua ultima partita in Europa.

Sembrava la svolta: il Milan di Allegri (che disse: "Pippo è un esempio") lo aveva ritrovato. Ma lo perse subito, per la lesione al crociato che lo tenne fuori tutta la stagione.

MILAN, ITALY - NOVEMBER 10:  Massimiliano Allegri (L), coach of Milan hugs Filippo Inzaghi during the Serie A match between Milan and Palermo at Stadio Giuseppe Meazza on November 10, 2010 in Milan, Italy.  (Photo by Tullio Puglia/Getty Images)

La stagione 2011/2012 per Inzaghi fu un calvario. Era tornato dall'infortunio, voleva giocare. Ma Allegri "non lo vedeva". E così non lo inserì in lista Champions: per il numero 9 fu una coltellata al cuore. In campionato gli riservò uno spazio minimo, anche per i diversi risentimenti muscolari dell'ormai 38enne Pippo, che accettò in silenzio di giocare 5, 6, 9, a volte anche un solo minuto.
Gliene bastarono 23 (fu il massimo concessogli da Allegri quell'anno), nell'ultima di campionato col Novara, per dare l'addio perfetto al calcio giocato: ultimo gol con la maglia nel Milan e San Siro in delirio, prima delle lacrime e di un saluto toccante, che in realtà era solo un arrivederci.



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